Piccoli Numeri - Axe (Mauro Campobasso)
ARTE DEL TRIO: BELTRAMI VS ROGERS
di Mauro Campobasso
Axe, gennaio ’08
Il trio rappresenta una delle dimensioni più profonde e meditative dell’esperienza jazzistica moderna. Per un pianista o per un chitarrista affrontare tale formula significa confrontarsi con i grandi della storia, da Bill Evans per il pianoforte a Jim Hall per la chitarra, fino ai contemporanei Mehldau, Metheny, Frisell, solo per citarne alcuni. È stato interessante, a proposito del trio chitarra, basso e batteria, prendere in esame due recenti produzioni discografiche realizzate in due luoghi del globo lontani tra loro: il primo trio è quello dell’italiano Walter Beltrami, che avevamo già segnalato su Axe come talentuoso e promettente musicista grazie al bel WB3; il secondo è quello di Adam Rogers, già ben noto ai più come astro nascente della moderna chitarra jazz (ma si sa che gli States offrono ben altre opportunità ai talenti musicali).
Piccoli Numeri di Beltrami è prodotto da Ermanno Basso per la nuova collana Young Talents della Cam Jazz; il chitarrista è affiancato dai compagni di sempre, gli ottimi Roberto Bordiga al contrabbasso ed Emanuele Maniscalco alla batteria. Il CD svela subito un impatto potente nella fruizione del suono – va segnalata infatti la sapiente registrazione di Stefano Amerio - e nelle sensazioni che trasmette all’ascoltatore. In Blind dancers è racchiusa l’intera cifra stilistica dell’album: una densa ballata che costruisce e dissolve idee improvvisative con nebbiosa circolarità, quasi come una danza senza tempo. Lo spazio solistico è intrecciato con quello tematico, le linee della chitarra sono sempre equilibrate e ispirate. Scorrendo le tracce, il trio di Beltrami ci cattura con una serie di immagini che si disfano e si ricostruiscono attraverso il dialogo dei musicisti, in una sorta di impressionismo sonoro. L’elemento costante è quello della meditazione, ai limiti dell’implosione, in un gioco di segni che una volta colti e sedimentati sfidano gli stessi musicisti nella ricostruzione degli stessi. Ci colpisce, rispetto al precedente album, un incremento delle capacità espressive unito a un accurato controllo del suono strumentale. Beltrami utilizza al meglio la lezione di Jim Hall nell’equilibrare le parti armoniche e melodiche, ma, grazie al cielo, dimentica la tradizione fine a se stessa e incornicia episodi di grande libertà come la riuscita Verbal Realities.
Si fa sentire nel suo stile il peso delle frequentazioni (anche nella vita reale) di Kurt Rosenwinkel, al quale il chitarrista bresciano sembra legato in un’affettuosa corrispondenza di scelte e idee.
Passiamo dall’altra parte dell’oceano, a New York, per parlare invece di Adam Rogers. Il chitarrista approda alla formula del trio dopo una serie di album realizzati in quartetto con il sostegno del pianoforte di Edward Simon. La ritmica è composta da due giganti del jazz contemporaneo, Scott Colley al contrabbasso e Bill Stewart alla batteria. La Night and Day dell’incipit è scattante, e delinea un mondo diametralmente opposto a quello del collega italiano. Tempo fa avevamo definito Rogers un grande manierista, per la sua capacità di rielaborare i classici e restituirceli in chiave moderna con un linguaggio più adatto ad oggi; adesso Time and the Infinite, sempre mascherato da una patina sonora mainstream, avvalora la nostra ipotesi ed è in più un deciso passo avanti per Rogers nella sua poetica, sempre incline e reverenziale verso la tradizione, ma permeata da un linguaggio jazzistico sapiente, mai banale o fine a se stesso. La forza degli accordi lascia posto a frasi che metterebbero in imbarazzo anche il più virtuoso Pat Metheny: l’equilibrio delle parti di Elegy e la sua asciutta densità sonora aprono alla chitarra classica della title track, la cui ispirazione europea ci mostra come il mainstream di Night and Day è gioco stilistico e ritmico piuttosto che sudditanza nei riguardi del passato. Partendo da Villa-Lobos per arrivare a Ellington, il chitarrista reinventa qui il gioco jazzistico dell’interpretazione e crea ancor più spazio per il dialogo e per le idee. Rogers non è un musicista semplice all’ascolto e il suo suono non ammicca mai a facili consensi: cupo a suo modo anche sulla classica, sull’inseparabile ES-335 non concede quasi mai il tono aperto negli assoli e nelle parti tematiche (non provate ad ascoltarlo in macchina!), ma riesce comunque ad essere al tempo stesso incisivo e potente, grazie anche a un’accurata regolazione di Fender Twin e Walter Woods insieme connessi. Purtroppo la seconda parte del disco, a partire da una svogliata Cheryl di Charlie Parker che sembra buttata lì quasi a caso e avulsa dal resto del CD, delude le aspettative, uniformando l’ascolto e perdendo i presupposti iniziali che ci avevano colpito.
In conclusione, possiamo affermare che i due album rappresentano ambiti interessanti del trio oggi. La poetica di Beltrami di certo impressiona l’immaginario visivo dell’ascoltatore, sollecitando elementi di riflessione che vanno oltre la comune fruizione delle sei corde e del virtuosismo tout court, manifestando una certa originalità e coraggio nelle scelte. Rogers, dal canto suo, sembra inseguire senza troppa voglia d’innovazione la formula del trio methenyano più recente. Due album agli antipodi, ma comunque utili grimadelli per comprendere le strade attuali del trio moderno, le sue possibilità timbriche, espressive e sonore.
