Intervista 2007
1- GIRARE IL MONDO TI HA PERMESSO DI CONOSCERE REALTA’ MUSICALI
DIFFERENTI, IN RELAZIONE AL CONFRONTO CON LE VARIE ESPERIENZE FATTE
COSA NE PENSI DEL JAZZ IN ITALIA?
Posso dirti che alcuni dei musicisti più talentuosi e creativi con cui abbia suonato negli ultimi anni sono proprio italiani. Credo che in Italia fare il “jazzista” o l’artista in genere sia molto difficile dal punto di vista istituzionale e che forse, per puro istinto di sopravvivenza, si sia più portati di altri a sviluppare una buona dose di creatività “naturale”.
2-L’ESPERIENZA DI BOSTON? COSA TI HA COLPITO MAGGIORMENTE DI
QUESTO TUO SOGGIORNO MUSICALE?
Gli anni a Boston sono stati il mio periodo di studio “matto e disperatissimo” per dirla alla Leopardi :) E’ stato un periodo duro, con pochi soldi, pochissime ore di sonno, jam session tutte le sere e tanti momenti di sconforto e di grande entusiasmo allo stesso tempo. Dopo un anno e mezzo ero però stanco dell’ambiente scolastico. Al Berklee mi sono reso conto che le scuole di musica sono solo in teoria dei meravigliosi contenitori per musicisti, idee e stili diversi. La speranza era di trovare una sorta di grande “pentolone” creativo ma dopo tre semestri là mi sono reso conto che la maggior parte degli studenti ascolta pochissimi dischi e solo quelli dell’idolo di turno; si preoccupa più di compiacere canoni estetici precisi e fissati dagli insegnanti che di creare qualcosa di personale. Perciò ho pensato fosse meglio ritornare in Italia, cominciare a scrivere e mettermi “on the road”, cosa che ho fatto per esempio con il mio trio negli ultimi 5 anni.
3-TI FACCIO UN NOME, RICCARDO FIORAVANTI
Riccardo è un ottimo musicista e gli sono molto affezionato. Ero appena tornato da Boston e volevo registrare un disco con il mio quartetto di allora. Mi trovavo in uno studio di Bergamo dove proprio quel giorno lui stava registrando per una cantante. Mi è piaciuto subito il suo suono e l’ho chiamato per il disco come contrabbassista. Lui è stato il primo in Italia dopo il mio ritorno a incoraggiarmi e a aiutarmi a conoscere alcune realtà musicali importanti. E’ una bella persona e gli sono molto grato.
4-QUAL’E’ LA PRIMA COSA CHE VALUTI NEL GIUDICARE UN CHITARRISTA?
Tutto ciò che non è “chitarristico” nel suo modo di suonare. A parte gli scherzi, mi piacciono gli strumentisti in genere che sono innanzitutto dei “musicisti”, che sanno ascoltare e che mettono la musica al primo posto e non la tecnica o altre componenti puramente strumentali. Ti confesso che non amo molto però i chitarristi: mi sembra che abbiano tutti gli stessi modelli, gli stessi idoli, la stessa strumentazione e che davvero pochissimi abbiano una voce personale sullo strumento e nella composizione. Mi sembra in genere che non la cerchino nemmeno.
5-TI FACCIO UN NOME, SCOTT HENDERSON
Scott Henderson è un amico e a lui devo sicuramente la decisione di partire per Boston e forse anche quella di fare il musicista. L’ho conosciuto molto anni fa a un workshop in Emilia e dopo una jam lui venne a farmi i complimenti e a dirmi che avrei dovuto tenere duro e puntare a fare le cose seriamente. Per me fu un’emozione enorme. C’era qualcosa di magico e unico nel suo suono e in quei concerti con i Tribal Tech e io a quei tempi vivevo a Brescia, dove non esisteva nulla e frequentavo l’università. Quello era stata la mia prima esperienza musicale full-immersion… Figurati, non avevo nemmeno pensato che nella vita avrei potuto fare il musicista. Scott mi ha scritto poi delle belle cose a proposito del mio primo disco in trio e la cosa ovviamente mi ha fatto molto piacere!
6-QUANDO HAI DECISO DI DEDICARTI AL JAZZ? COSA TI HA SPINTO?
Prima di partire per Boston avevo un trio con cui suonavo musica di Jimi Hendrix. Durante il Berklee mi ero imposto di mettere da parte il rock e tutte le esperienze che avevo fatto da ragazzo per dedicarmi solo al jazz, di cui volevo a tutti i costi assimilare il linguaggio. Quello che più mi affascinava del jazz allora non era tanto il repertorio quanto il linguaggio stesso, il potere evocativo e il mistero che mi suscitavano alcuni intervalli e alcune progressioni armoniche. Quindi, in quella fase, via di semiacustica, Polytone e suono pulito senza effetti ;) Questo per molti anni. Ora mi piace ascoltare e suonare di tutto invece. Tutte le mie esperienze credo si siano e si stiano integrando sempre di più nel mio suono e nel mio linguaggio. Non amo i puristi di nessun genere insomma!
7-QUANDO COMPONI NON HAI MAI DESIDERATO POTER
IMPUGNARE UNO STRUMENTO DIVERSO DALLA CHITARRA NEL BRANO CHE STAI
SCRIVENDO?
Sì, e lo faccio spesso. A volte trascrivo una cosa che sto cantando oppure mi aiuto con le percussioni o la batteria, che suonicchio un po’. Ma la maggior parte delle volte scrivo con la chitarra, magari partendo da strane combinazioni di suoni o cercando di “improvvisare” dei brani interamente. Lo chiamo “sight-composing”. Spesso rischiando un po’ e lottando contro il tempo del metronomo escono delle idee più imprevedibili. Poi registro e riascolto e in caso riparto da quello che mi piace.
8-MUSICA E CINEMA…
il cinema e le arti visive mi hanno influenzato molto. Ho dedicato un progetto a Ingmar Bergman principalmente perché nei suoi film ho riconosciuto degli elementi della mia musica e in genere della musica che amo: molti spazi, la cura di ogni dettaglio, diversi piani narrativi che coesistono e soprattutto la capacità dell’immagine – come del suono – di raccontare non usando le parole. E poi la fotografia in bianco e nero dei suoi film mi è sempre sembrata molto simile al mio suono con il trio per esempio: me la immagino un po’ come musica in bianco e nero.
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