Interview - Jazzit mag/giu 07
WALTER BELTRAMI
IL RESPIRO DI UN CHITARRISTA
Di Gianpaolo Chiriacò ( Jazzit maggio-giugno 2007 )
Walter Beltrami è un chitarrista intelligente, dotato di una visione musicale aperta. La sua voce strumentale è intrigante e il suo trio mostra coesione ed elasticità. Dopo un primo disco (“Wb3”) incentrato sulle composizioni di grandi sassofonisti, ha dato alla luce, con la Cam Jazz, “Piccoli Numeri”: stessa formazione ma un mood affatto diverso. Ci siamo fatti raccontare l’evoluzione di un artista perspicace, consapevole delle proprie doti e orgoglioso del proprio lavoro.
- Dopo aver attinto all’universo dei grandi sassofonisti, è arrivato il momento di esplorare più a fondo il tuo animo di compositore e chitarrista?
Dal primo disco in trio nel 2003 la maggior parte delle mie energie è stata spesa nella composizione e nel consolidamento del mio suono. Ho iniziato a utilizzare il mio strumento per comporre, cercando di sfruttarne le potenzialità sonore specifiche senza limitarmi a impiegarlo come un semplice generatore di note.
- Si ha l’impressione, tuttavia, che la passione per il sax sia rimasta nella tua pronuncia melodica e nel tuo fraseggio denso di respiri. Ti ritrovi in questa affermazione?
Assolutamente! Silenzio e respiro sono due parole e due realtà che sento molto mie, e certamente l’influenza degli strumentisti a fiato ha permesso che si concretizzassero nel mio stile. Del sassofono ho sempre amato la fluidità del fraseggio, mentre del piano le ovvie implicazioni armoniche e il contrappunto.
- Il tuo nuovo disco possiede un abito sonoro diverso, e anche il tuo suono sembra differente dal primo lavoro in trio. Cos’è cambiato?
Credo che nel primo disco in trio si respirasse già il nuovo suono del gruppo, anche se a livello embrionale. “Wb3” era un disco di standard moderni, ma riascontandolo riesco a sentire già un po’ di “Piccoli numeri”. Il mio suono e quello degli altri è oggi sicuramente più articolato e maturo e le nuove composizioni lasciano spazio a una maggiore ricerca timbrica rispetto a quelle del primo disco. Nel frattempo ho anche cambiato chitarra e montato corde molto più spesse, ma ho sostanzialmente continuato a rincorrere il suono che già allora avevo in mente.
- In cosa si differenziano, invece, le strutture musicali dei due dischi?
La musica di “Piccoli numeri” riprende la vena introspettiva già presente in “Wb3”. Ma ci sono differenze importanti: un linguaggio melodico che molti percepiscono come più astratto (anche se io continuo ad avvertirlo come più semplice), e soprattutto un’energia meno di superficie, cioè meno ritmica e apparentemente meno esplosiva, ma costantemente in movimento, come una specie di tremore sottopelle.
- Usi dire che composizione e improvvisazione sono ugualmente importanti per te. Ma qual è il ruolo della composizione e qual è il ruolo dell’improvvisazione in “Piccoli numeri”?
“Piccoli numeri” è un disco di composizioni: non le ho scritte come veicoli per l’improvvisazione, e non sono secondarie agli assoli. L’aspetto melodico era per me veramente importante e sento di essere legato a ciascuno dei brani del disco. Se li riascolto o li suono nuovamente, oggi, li sento ancora tutti “urgenti”. E allo stesso modo è un disco in cui l’improvvisazione è regina: la forma di Tormento e di Blind dancers è nata due giorni prima di entrare in studio; Piccoli numeri non era mai stata provata e tutte le versioni dei brani avevano sapori completamente diversi di volta in volta.
- C’è qualcosa che lega i pezzi dell’incisione o ciascun brano ha una sua particolare autonomia?
Ciò che lega i brani è indubbiamente un filone compositivo che è il risultato di due anni di scrittura intensa. La sera del mix, di ritorno in hotel, ho scritto un nuovo pezzo, pensando a un lavoro futuro in trio: immediatamente mi è sembrato diversissimo dalle composizioni di “Piccoli numeri”. Per me un disco mette la parola fine a un certo mood, e solo terminati i lavori mi riesce di volgere lo sguardo altrove, a qualcosa di nuovo.
- Hai riscontrato differenze tra il tipo di lavoro svolto dalla Philology e quello svolto dalla Cam Jazz?
Il primo disco in trio era in sostanza la registrazione di un concerto a porte chiuse al Teatro Matteotti di Moncalieri. Avevamo circa due ore di tempo per la registrazione e abbiamo suonato i pezzi quasi come se fossero parte di una scaletta di una performance dal vivo; questa è la ragione dell’atmosfera “live” che, secondo me, il disco possiede. “Piccoli numeri” è stato invece un lavoro in studio, in un’atmosfera molto rilassante, che ha lasciato molto spazio alla nostra creatività. Sono molto contento del lavoro e la presenza di Ermanno Basso, in qualità di produttore, è stata preziosa. Grande competenza, buoni consigli e quella trasparenza, ma al tempo stesso presenza, che ogni buon produttore dovrebbe avere per assicurare che in un disco finiscano belle idee e bella musica, e non soltanto suoni.
